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Il tema della violenza di genere ne “L’amica geniale”

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La violenza di genere ne "L'amica geniale"

L’ambizione di questa imponente co- produzione tra HBO, Rai, Wildside e Fandango è stata quella di portare sul piccolo schermo una storia di amicizia femminile che ha appassionato lettrici e lettori di tutto il mondo.

Ma la storia dell’ Amica geniale è molto più di un’amicizia: è la storia del sottoproletariato del secondo dopoguerra, è la storia di emancipazione dalla condizione di subalternità, è la storia di Napoli, è la storia delle lotte operaie, è la storia dello studio come strumento di emancipazione sociale e del suo fallimento. Ma è anche la storia della violenza dei borsaneristi prima e dei fascisti e camorristi dopo, è la storia dei grandi ideali di liberazione del comunismo naufragati insieme ai giovani di belle speranze finiti a militare tra le fila di Forza Italia, è la storia dell’oppressione di genere e delle lotte femministe. Infine, è la storia di Lila (interpretata da Gaia Girace) e Lenù (interpretata da MargheritaMazzucco) e della loro amicizia che, scevra di ogni sentimentalismo da feuilleton mette in scena il conflitto e l’alleanza tra due persone che vivono una comune condizione di oppressione.

Nei primi due episodi, dal titolo Storia del nuovo cognome e Il corpo, Saverio Costanzo abbandona la scala di grigi della prima serie, avvolgendo con una luce calda la storia di mille e una Napoli degli Anni ‘60.

Un contrasto efficace con il tema principale della narrazione: la violenza maschile contro le donne.

Storia del nuovo cognome prosegue infatti la storia di Lila e Lenù con la discesa nel labirinto della violenza maschile, che per Lila si concretizza nel breve viaggio di nozze ad Amalfi. Un viaggio che si trasforma in un orrore per Lila. Stefano (interpretato da Giovanni Amura) risponde alla rabbia ed alla sofferenza della moglie bambina, causate dall’affronto di Marcello Solara (Elvis Esposito), stuprandola. Un atto che segna il divenire a tutti gli effetti proprietà del marito, così come mostra d’altronde la vicenda che ruota attorno alla gigantografia di Lila in abito da sposa ed esposta nel negozio di fotografia, che Stefano andrà a recuperare quale legittimo proprietario, con l’intento di abbellire il negozio di scarpe di Piazza dei Martiri.

Violenza di genere e stupro rappresentati nella serie televisiva

Nella serie, Costanzo crea una convincente immagine della smarginatura di Stefano, colto dietro la porta del bagno di vetro smerigliato in cui tenta di rinchiudersi Lila. Di contro delude la sequenza dello stupro, risultando a tratti voyeristica. Il regista sceglie infatti di esibire la nudità del seno e del pube di Lila, sposa bambina, esprimendo così “inconsapevolmente” la violenza dello sguardo maschile. Facendo del cinema lo spazio per capire la meccanica della rappresentazione degli oggetti del piacere, la domanda che risuona con la scena dello stupro di Storia del nuovo cognome è: chi è il soggetto di questo sguardo e chi l’oscuro oggetto del desiderio?

Nel libro la scena dello stupro è costruita con una variazione continua dei punti di vista, in cui emerge un conflitto irriducibile tra il sentire di Lila e il sentire di Stefano, tecnica che crea una narrazione che non empatizza con la vittima per mezzo del dolore subìto, scegliendo piuttosto di mettere in luce la miseria della sessualità maschile patriarcale, concentrata sull’esibizione e l’uso violento della forza e dei genitali.

Nella scena della serie tv invece il desiderio che muove l’occhio della macchina da presa è quello dello sguardo maschile e patriarcale, il quale anziché indugiare sulla ridicolaggine della presunta virilità del grassoccio Stefano (elemento presente nella narrazione ferrantiana), preferisce inventare(rispetto al testo) e guardare il corpo nudo femminile nell’atto della violenza, erotizzandolo.

Quali immagini raccontano la violenza maschile contro le donne nel film?

Il tema della violenza maschile contro le donne, forma di relazione stabilita culturalmente e non naturalmente, è parte integrante dell’intreccio di Storia del nuovo cognome, che passa anche per l’indifferenza dei parenti e degli amici di Lila rispetto ai segni della violenza che la ragazza porta sul corpo (ma non di Lenù), così come per l’accettazione della violenza da parte delle donne, trasfigurata in un atto d’amore dei propri uomini.

La cultura della violenza patriarcale tende infatti ad imporre il desiderio di dominazione maschile come reale desiderio della donna. Di conseguenza, le parole di affetto sono svuotate del loro significato, dinamica simile ai racconti giornalistici main-stream dei casi di femminicidio e violenza contro le donne, dominata dalla torsione linguistica del “ti amo e quindi ti uccido”, o del “ti stupro perché sei troppo provocante” che per mezzo di uno slittamento semantico, permette al carnefice di travestirsi da vittima. Questo elemento torna ripetutamente in Storia del nuovo cognome. Nella scena, ad esempio, di quando Stefano dà il primo schiaffo a Lila dicendole:

“Vedi cosa mi fai fare?”. Una violenza che produce in Lila la percezione di sentirsi cancellata dentro il cognome del marito.

Una violenza che esiste purtroppo ancora oggi e che annienta completamente la donna!

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