Moda sostenibile Porty, la startup che ripara i vestiti come il Kintsugi Da Rossana Nardacci Pubblicato 4 minuti fa13 min lettura 0 3 Marco Portaro, 24 anni, studente di Economia a Bologna, trasforma gli scarti tessili in capi unici. La sua idea? Riparare i vestiti come si fa con i vasi rotti, seguendo la filosofia giapponese del Kintsugi. A seguire la sua storia. Un battito al cuore ed una crepa: così è nata Porty, la startup che cura i vestiti come ferite C’è chi vede un buco e ci butta via un maglione. Marco Portaro, invece, ci vede una possibilità. Classe 2000, originario dell’Appennino tosco-emiliano e oggi studente a Bologna, Marco ha fondato Porty, una startup che ridà vita ai tessuti destinati alla discarica. Lo fa con un approccio artigianale, filosofico e profondamente umano. Lo abbiamo intervistato per capire come si trasforma uno scarto in una risorsa ed un’idea in una missione. L’intervista a Marco Portaro 1. Per cominciare, presentati ai nostri lettori: chi è Marco Portaro e cosa faceva prima di fondare Porty? Nato a Piamaggio, un piccolo paesino dell’Appennino tosco-emiliano, sono cresciuto a stretto contatto con la natura, trascorrendo i fine settimana nei boschi insieme a mio nonno. Dopo le superiori a Bologna, sentivo il bisogno di cambiare aria e mi sono trasferito a Forlì per l’Università; l’energia romagnola mi ha dato una spinta incredibile! Il primo anno è stato all’insegna della “vida loca”, ma già dal secondo ho iniziato a lavorare in un supermercato per dare equilibrio non solo alle mie giornate, ma anche al portafoglio. Un’esperienza che mi ha segnato profondamente è stata l’alluvione: ho visto persone perdere tutto in un istante, senza però mai smarrire la forza di reagire e, incredibilmente, di cantare. Andai a piedi a Faenza per aiutare un caro amico, Roberto; un ricordo che mi resta di quei giorni è l’incredibile generosità delle persone rimaste senza niente. 2. Sei giovanissimo, hai 24 anni e studi Economia a Bologna. Da dove nasce l’idea di buttarti in questa avventura? Quando ho iniziato, molti sono rimasti sorpresi e mi hanno dato del “matto”, un termine che in realtà mi lusinga. L’idea è nata in un momento di vulnerabilità: a fine Marzo, mentre ero al bar dell’Università, ho avuto un improvviso battito anomalo del cuore. Durante la corsa in ospedale con il mio amico Nico, mi sentivo su un altro Pianeta. Al pronto soccorso, la mia attenzione fu catturata da un oggetto semplice: un vaso con una crepa. Ho riflettuto su quella crepa tutta la notte, collegandola alla filosofia giapponese del Kintsugi, dove i vasi rotti vengono riparati con l’oro, diventando più preziosi dell’originale. Ho deciso di applicare questo concetto ai vestiti. 3. Perché proprio il mondo tessile ed il problema del fast fashion? Alle superiori avevo già tentato una piccola produzione di felpe ideata da me, ma il progetto durò poco per mancanza di tempo e vendite. Con Porty ho voluto unire la mia formazione economica alla necessità di affrontare un problema reale. La moda oggi produce scarti enormi; trasformare questa criticità in un’opportunità creativa è la mia risposta personale a un sistema che corre troppo veloce e spreca troppo. 4. Quanto di te c’è in questo progetto? C’è tutto me stesso. In Porty risiede un valore umano universale: la capacità di rinascere dalle proprie ferite. Non ho avuto alcun timore a metterci la faccia ed il nome, perché credo fermamente nel messaggio che sto veicolando. 5. In concreto, come funziona Porty? Porty opera come un “piccolo ospedale” dei tessuti. Per prima cosa analizzo il capo per individuare i problemi, come buchi o macchie e decido il tipo di intervento necessario. Il passaggio finale avviene in sartoria, dove avviene la vera e propria “operazione”. Come in ogni ospedale, possono esserci piccole imperfezioni, ma queste rendono il capo unico. Credo che un abito possa avere infinite vite; a volte, due capi diversi possono persino unirsi per diventarne uno solo. 6. Parliamo di numeri: che impatto avete avuto finora? I dati europei sono allarmanti: 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno, di cui solo il 22% viene riutilizzato. Finora, nel mio piccolo, ho recuperato 120 kg di scarti e prodotto quasi cento capi. Grazie a questo recupero, abbiamo risparmiato circa 250.000 litri d’acqua, l’equivalente di 3.100 docce. Sono ancora “briciole” rispetto al consumo globale, ma l’obiettivo è crescere rapidamente per diventare una “bella pagnotta” per il Pianeta! 7. Come funziona la ricerca della materia prima? La scelta dei materiali è sacra: prediligo fibre naturali come lana e cotone. Inizialmente gestivo tutto io, ma dopo aver affrontato un carico di 100 kg di scarti misti, ho capito che la selezione a monte era fondamentale. Ora mi affido a fornitori che eseguono una prima cernita di materiali naturali. Sto studiando un modo per recuperare efficacemente anche i materiali sintetici, ma per ora il focus resta sulla rigenerazione del naturale. 8. Chi sono i tuoi clienti? Noto un fortissimo interesse da parte delle madri: credo che la loro sensibilità nasca dalla preoccupazione per il futuro che lasceranno ai propri figli. È un pubblico trasversale che apprezza non solo l’estetica, ma soprattutto la storia di rinascita che ogni capo porta con sé. 9. Sei partito da solo? Oggi hai un team? Sono partito da solo, ma sono sempre alla ricerca di persone che credano nel progetto per farlo crescere insieme. Al momento, il mio “team” è composto dalle persone che mi sono state vicine nei momenti difficili: la mia famiglia e due “piloti” fissi, Roberto di Faenza e Niccolò di Milano. L’Università prosegue a fasi alterne; mi mancano alcuni esami di diritto che, come dico io, “stanno stagionando” per bene. 10. Qual è stato il momento più difficile e quello più bello? Le difficoltà sono costanti, una continua alternanza di alti e bassi. Tuttavia, sono ottimista. Il momento più bello è ricevere il sostegno di persone che credono in me. Sapere che anche una sola persona è diventata più sensibile al tema della sostenibilità grazie a Porty è, per me, un successo immenso. Ringrazio Chiara, Pietro, Gabriele, Gaetano, Sara e tutti i miei colleghi di lavoro per essere i migliori motivatori possibili. Menzione d’onore a Marco e Francesco, fratelli più che amici. 11. Potresti presto entrare tra i protagonisti degli under 30 Forbes Italia? Ti ci vedi? La candidatura potrebbe arrivare, ma non è il mio fine ultimo. Il mio vero obiettivo è cambiare la mentalità comune riguardo al vestirsi sostenibile, investendo in divulgazione e marketing ambientale. Voglio essere portavoce di un nuovo artigianato locale basato sulla capacità di ricostruire e valorizzare ciò che già esiste. 12. Che consiglio daresti a un giovane che sogna di avviare un’impresa sostenibile? È normale aver paura di sprecare tempo ed energia, ma “nessuno fa un buon raccolto senza concime”. I problemi ci saranno sempre, la pianta si ammalerà, ma la forza sta nel saper curare e prevenire. Anzi, i problemi devono diventare la vostra maggiore fonte di ispirazione. 13. Dove vedi Porty tra 5 anni? Sogno di rendere Porty un modello innovativo e quotidiano di abbigliamento. Vorrei creare una rete capillare di collaboratori e sartorie per trasformare l’acquisto di abiti rigenerati in un’abitudine consolidata. Questo permetterebbe di sostenere l’artigianato locale e, contemporaneamente, di ripulire il mondo dai rifiuti tessili. Un ringraziamento speciale a Marco Portaro per la sua disponibilità e autenticità ed a Chiara per aver reso possibile questa intervista.