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Perchè le donne guadagnano meno?

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Perchè le donne guadagnano meno?

A parità di mansioni, le retribuzioni femminili sono inferiori, c’è poco da fare. E ciò nonostante ci siano leggi che lo vieterebbero. Ecco le ragioni di questa discriminazione

A parità di mansioni, le retribuzioni femminili sono inferiori, c'è poco da fare. E ciò nonostante ci siano leggi che lo vieterebbero. Ecco le ragioni di questa discriminazione

Facciamo finta che un uomo ed una donna lavorino nello stesso posto, svolgendo le medesime mansioni. Dovrebbero guadagnare un identico stipendio. Ma non è così: tra le due buste paga c’è una differenza. E’ come se, in un anno qualunque, l’uomo cominciasse a maturare la retribuzione dal 1 Gennaio, invece la donna dalla seconda metà di Febbraio. E questa è anche la fotografia del Gender Gap, fenomeno mondiale che parte dagli stipendi ma tocca altri aspetti della vita lavorativa, quali la possibilità di fare carriera o di arrivare nella stanza dei bottoni. In parole semplici, discriminazioni basate sul genere. Che hanno più di una causa.

La disparità in cifre

Lo dicono tutte le ricerche e gli studi sull’argomento: le donne prendono meno degli uomini. La Commissione europea nel Novembre del 2017 lo ha messo nero su bianco in una ricerca chiamata Divario retributivo con un confronto tra i Paesi. Per l’Italia, la differenza tra uomo e donna era del 5,5% mentre la media europea si attestava al 16,3 %. Ma attenzione: lo studio ha preso in esame solo la retribuzione oraria lorda.

Per avere un quadro più realistico, bisogna considerare anche il numero di ore complessivamente lavorate in un anno e la quantità di donne che sono in attività. Da questo punto di vista, il part time ed il minor tasso di occupazione femminile penalizzano il nostro Paese. Infatti, l’Italia occupa la posizione numero 82 su 144 posti nella classifica stilata dal The World Economic Forum.

Per vedere più da vicino la situazione italiana conviene prendere in esame il Gender Gap Report 2018. Che cosa ne viene fuori? Alla base ci sono i numeri raccolti in una banca dati che contiene 350mila profili retributivi di tutta Italia di aziende private.

La disparità di salario ammonta a quasi 3mila euro lordi annui, dal momento che per la media degli uomini la busta paga totale arriva a 30.521 euro, mentre si ferma a 27.634 euro per le donne.

Più in dettaglio, il JobPricing analizza la retribuzione annua lorda (Ral) di quattro categorie. A partire dai dirigenti dove la differenza è del 9,6% con un assegno annuale di 103mila euro per uomini e 93mila per le donne. Si scende al 4% per i quadri per risalire tra gli impiegati ad una differenza del 9,6%.

Il divario più ampio è tra gli operai: le signore portano a casa 23mila euro, mentre gli uomini oltre 25mila per una differenza del 10,8%.

Tutte le grandi categorie professionali penalizzano le donne, a partire dal top management, passando per i dirigenti  commerciali ed i quadri operativi fino agli operai specializzati. Eppure, tra i vari ruoli analizzati dalla ricerca ce ne sono alcuni in cui si inverte la rotta: vanno meglio le specialiste di amministrazione vendite e dell’ambiente, le brand manager, le assistenti di direzione, le traduttrici, le responsabili di risorse umane, le specialiste della contabilità clienti e della tesoreria. Si tratta, però, di situazioni limitate: in un elenco di 700 ruoli analizzati da JobPricing 522 mestieri premiano ancora gli uomini e solo 148 vedono in vantaggio le donne.

Poche ai posti di comando

A parità di mansioni, le retribuzioni femminili sono inferiori, c'è poco da fare. E ciò nonostante ci siano leggi che lo vieterebbero. Ecco le ragioni di questa discriminazione

Ma come mai siamo arrivati a questa situazione di forte disparità salariale? Sebbene in Italia (ed altrove) siano presenti delle leggi che vietano le discriminazioni salariali, il loro effetto è quasi nullo.

Tra i motivi più diffusi rientra il fatto che nelle aziende le posizioni cosiddette apicali, cioè di comando o gestione sono saldamente in mano agli uomini che ricevono più promozioni, godendo di maggiori opportunità per alzare la propria busta paga.

La riduzione volontaria dell’orario di lavoro fa dimagrire l’incasso di fine mese: le domande per il parti time a grande maggioranza portano una firma femminile.

C’è poi quella che viene chiamata la “segregazione salariale” ossia il fatto che alcune attività sono svolte prevalentemente da donne (l’insegnante) piuttosto che dagli uomini, i quali preferiscono attività meglio pagate. Infine, tra i responsabili del divario in busta paga va ricordato il super minimo, che nelle aziende viene assegnato in maniera discrezionale e permette di aggirare tutte le normative sulle parità di genere.

Eppure, anche di fronte a questo scenario è possibile cogliere segnali di cambiamento. Soprattutto negli anni della grande crisi finanziaria (2007/2017) il numero di donne che occupano posizioni di vertice è cresciuto più di quanto sia salito quello degli uomini. Ma il passo è lento: andando avanti così ci vorrebbero decine di anni per colmare le distanze.

 

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