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Anoressia e Sindrome dell’Impostore: come affrontarla?

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Sindrome dell'Impostore: come affrontarla

Spesso in base al periodo della vita che si sta vivendo, capita di avvertire un senso di inadeguatezza costante.  Potrebbe trattarsi di un sintomo della Sindrome dell’Impostore, un disturbo piuttosto comune che danneggia l’autostima.

Ma che cos’è la Sindrome Dell’Impostore?

Ma che cos'è la Sindrome Dell'Impostore?

La Sindrome dell’Impostore è un termine coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Indica una condizione psicologica particolarmente diffusa fra le persone di successo, caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere esposti in quanto “impostori”. A dispetto delle dimostrazioni esteriori delle proprie competenze, le persone affette da tale sindrome rimangono convinte di non meritare il successo ottenuto, il quale viene tipicamente ricondotto a fattori quali la fortuna o il tempismo, oppure ritenuto frutto di un inganno o della sopravvalutazione degli altri.

Secondo lo studio originale, la Sindrome sarebbe particolarmente comune fra le donne di successo.

La Sindrome dell’Impostore e l’anoressia: qual è il legame che li unisce?

Ma che cos'è la Sindrome Dell'Impostore?

Tralasciando il punto che sottolinea il grado di successo di una persona, che non è decisamente il mio caso,  per il resto non potrebbe essere una descrizione più accurata di come mi sento nella quotidianità. Tutto è iniziato un paio di anni fa, quando sono stata definita in remissione dal mio psicologo e medico. Quando pronunciò quelle parole, l’unica cosa su cui riuscii a concentrarmi era lo sguardo pieno di orgoglio di mia madre. Era come se avessi visto tutte le sue preoccupazioni dissolversi davanti a me. Era così che avrei dovuto sentirmi anche io, sollevata, fiera ed invece avevo questa sensazione addosso di non meritarmi quelle parole. Si, avevo combattuto per anni, sì, la parte peggiore era passata. Fisicamente il mio peso era normale, la mia relazione con il cibo pure. Era come se non mi sentissi pronta per quelle aspettative.

Tutti si congratulavano, il mio medico, aveva addirittura pronunciato le seguenti parole: “Sono molto fiero di te, sei la mia prima paziente che riesce a curarsi senza l’aiuto di una struttura. Complimenti!”.

Non riuscivo nemmeno a godermi quel momento perché l’unica cosa a cui riuscivo a pensare in quel momento era il fatto che sia il medico che la mia famiglia  si aspettassero da parte mia un ritorno automatico alla normalità.

L’unica cosa invece che io volevo fare era scappare dai miei doveri e urlare a tutti che l’anoressia non è solo essere troppo magra e avere una relazione completamente sbagliata con il cibo. Era una cosa mentale, della quale nessuno sembrava preoccuparsi. Passai giorni a trattenermi, a fingere felicità, a fare quello che gli altri si aspettavano, ma per una come me, non è cosa facile. Sono abituata a sputare fuori tutto quello che penso, senza filtri e senza pensare alle conseguenze. Era una tortura.

Finché un giorno, in macchina con mia madre, fortunatamente stavo guidando io, altrimenti alla poverina sarebbe venuto un colpo al volante, ho detto la frase che mi girava in testa da giorni:

“ Lo sai che non sono guarita vero?”

La sua risposta da madre iper-protettiva non potè essere che la seguente: “Non dire stupidaggini Francesca, certo che sei guarita”.

Era così frustrante. Nessuno mi capiva ed io non sapevo come spiegarmi. Sì vista da fuori sembravo una ragazza qualunque, ma dentro, ero un casino. Portavo ancora le cicatrici di due violenze sessuali, dell’abbandono di ogni persona che aveva fatto parte della mia vita dalla nascita, dell’allontanamento da parte dei miei parenti che in teoria dovrebbero essere quasi obbligati a volerti bene. Mi sentivo lo stesso casino che ero prima, solo con qualche chilo in più. Non ero felice come mi aspettavo.

“La mia vita non era cambiata”

Vivevo una vita dalla quale tutti si aspettavano più di quanto potessi dare.

Decisi, o meglio, decisero di farmi iscrivere all’Università. Mi piaceva, studiavo moda a Milano, era quello che avevo sempre desiderato. Ma nessuno sapeva la lotta che stava costantemente avvenendo dentro di me. Ogni mattina entravo in Accademia ed ero costantemente circondata da casting a modelle magrissime, da compagne di corso che chiaramente avevano un disturbo alimentare.

L’unico argomento di cui parlavano era quanto fossero belle le modelle,  quanto fossero magre e  quanto avrebbero voluto essere come loro. Io sapevo che essere così magra era sbagliato, malato, ma nonostante ciò nella mia testa cominciarono nuovamente a formarsi pensieri che non avrei dovuto avere. Mi trovai costretta ad allontanarmi da tutti. Mangiavo da sola, in aula facevo il doppio della fatica a concentrarmi su qualcosa che non fossero i sensi di colpa che provavo per aver mangiato, mentre tutte le altre pranzavano con un caffè.

Superai il primo anno con il massimo dei voti, ma ancora non ero felice. Quella voce nella mia testa non smetteva un attimo di parlare e si faceva sempre più forte. Arrivata al secondo anno, scoppiai quando una mia compagna di corso si aprì con me, confidandomi che aveva un disordine alimentare. Le chiesi perchè ne stesse parlando con me e la sua risposta mi gelò : “ Ho avuto la sensazione che tu ci fossi dentro quanto me dal primo giorno”.

Come potevano essere bastati due sguardi per farmi capire da una sconosciuta e nessuno della mia famiglia se ne era accorta in quasi due anni. Ogni volta che mi chiedeva un consiglio su come avevo fatto io a “uscirne” mi sentivo uno schifo. Mi sentivo una bugiarda. Si, sapevo come uscirne dal punto di vista alimentare, ma che cavolo ne sapevo io di come guarire davvero? Davo consigli che nemmeno io ero in grado di seguire.

Certo, ero immensamente felice di poterla aiutare, ma non capivo come fossi in grado di aiutare qualcuno quando non ero in grado di aiutare nemmeno me stessa.

Finito il secondo anno il mio peso era decisamente cambiato. Ero dimagrita. Qualche chilo, nulla di allarmante, ma chiaramente i miei comportamenti restrittivi stavano riprendendo il sopravvento sulla mia vita ed ero condizionata da ciò che vedevo intorno a me ogni giorno. “ Quì sono tutte magre, se voglio essere almeno decente mi conviene perdere qualche chilo” era diventato il mio mantra quotidiano. Era sbagliato, non me lo meritavo dopo tutto quello che avevo passato.

Mi ci vollero due anni, 5 chili di meno, per affrontare finalmente la mia famiglia e dire quello che nessun genitore probabilmente avrebbe voluto sentire. Le mie esatte parole, tra una lacrima ed un singhiozzo , furono: “Non sono guarita. Mangio, non peso 30 chili, ma non sto bene. Continuo a sentire il desiderio di dimagrire e non mi sento normale, perchè non lo sarò mai. Questa malattia farà sempre parte di me, la sofferenza di perdere tutte le persone a cui volevo bene non se ne andrà. Non mi dimenticherò della vergogna che provavano quelli che sarebbero dovuti essere miei amici. Non sono felice e sento di essere sull’orlo di un esaurimento nervoso”.

Ora guardando indietro mi rendo conto di essermi comportata da Regina del melodramma ed è abbastanza imbarazzante pensare al modo in cui ho affrontato tutto. Come potete immaginare non è stato un discorso molto facile, ci sono state urla , grida, lacrime ( mie), insulti ( miei) davanti ad un loro continuo rifiuto della realtà.

Capivo la preoccupazione e la paura di dover affrontare nuovamente una cosa che aveva letteralmente distrutto la mia famiglia, ma far finta di niente non era più possibile. Tutti i giorni mi arrivavano messaggi privati sui social da gente che nemmeno conoscevo che si congratulava con me e che si apriva con me riguardo al loro disordine alimentare. Addirittura ricevetti messaggi da fidanzati preoccupati per le loro fidanzate ed io davo consigli. Mi sembrava di mentire, di essere un impostore!

“Mi sentivo una persona poco onesta e poco credibile..”

Cominciai da brava nerd a fare mille ricerche, finché non trovai un articolo che sembrava parlarmi. Parlava esattamente della Sindrome dell’Impostore e capii che non era solo una mia sensazione, che non ero io ad essere matta era una cosa reale.

La prima cosa che feci fu contattare uno psichiatra, amico di famiglia, dal quale corsi e dissi tutto quello che avevo pensato e passato negli ultimi due anni. Mi ascoltò e per la prima volta qualcuno mi capì. Si trattava di sindrome da stress post traumatico, depressione e ansia generalizzata. Si, a fianco al mio nome si possono trovare circa 200 disordini mentali, senza contare quelli che non so. Mi diede una terapia farmacologica da seguire, alla quale non sono mai stata contraria. Ammetto che dire di dover prendere farmaci quotidianamente all’inizio non era esattamente un sogno e nemmeno gli effetti collaterali furono una meraviglia.

Passai le prime due settimane a vomitare ogni notte e non nego che mi maledicevo ogni notte per non essere stata zitta. Però, in poco tempo, passarono gli effetti collaterali, io accettai la diagnosi e tutto cominciò ad andare per il verso giusto. Non fu immediato ovviamente, ma successe.

I pensieri cominciarono piano piano a diminuire, a diventare sempre più rari, fino a sparire del tutto.

Ammetto e non me ne vergogno che la malattia farà sempre parte di me, ci sarà sempre quella parte del mio cervello che ogni tanto mi giocherà qualche brutto scherzo e per quanto io non voglia non so se riuscirò mai a smettere di pensare, vedendo una ragazza magra, che lei è meglio di me. Credo che tutto stia nel riconoscere i propri limiti ed accettarli. Siamo esseri umani e per definizione non siamo perfetti. Prima lo accettiamo e meglio stiamo.

Non vergognatevi di chiedere aiuto anche se fisicamente non siete più “ malate”, non smettete mai di cercare di migliorare. Perchè non si può mai smettere di lottare. Ci saranno giorni facili, giorni meno facili, ma un giorno, troverete una persona che vi renderà talmente felice , da farvi sentire complete e da farvi sentire abbastanza.

Abbiate pazienza. Tutto arriva!

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