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La nuova moda delle 3 P: people, planet & profit

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La nuova moda delle 3 P: people, planet & profit

People, planet & profit sono le parole che stanno guidando la rivoluzione sostenibile

People, planet & profit sono le parole che stanno guidando la rivoluzione sostenibile

La donna che ha gettato, per prima, il guanto di sfida al fashion set per una moda più sostenibile si chiama Eva. E’ stata lei a lanciare la Copenhagen Fashion Week, dopo aver diretto il magazine di moda Euro Woman.

Uscita dalla Kaospilot, scuola danese di business e design, tre figli, Eva Kruse arriva di corsa negli uffici della Global Fashion Agenda, il suo team di lavoro che ha quartier generale in un complesso di vecchie caserme della Marina, affacciate su uno dei canali di Copenhagen. Perchè l’ha fatto?

Nel Dicembre 2009, quando Copenhagen ospitò la COP15 (Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), tra tanti leader globali e tante industrie chiamate in causa non vi era nessun esponente del mondo della moda. Eppure è un business globale con un impatto forte sulla sostenibilità.  Eva iniziò a capire che non c’era tempo da perdere. Il settore della moda doveva entrare a tutti gli effetti a far parte della Global Agenda.

Nacque così il progetto del primo Copenhagen Fashion summit per mettere a confronto esperienze e discutere sui passi da fare in questa direzione.

E Bruxelles ha incaricato proprio Global Fashion di lavorare ad una bozza di strategia per una Circulat Textile Initiative. La sfida non riguarda più i singoli Paesi ma è globale, come ha dimostrato la battaglia della “piccola” attivista Greta Thunberg per salvare il pianeta.

Come si muove oggi il mondo della moda?

moda sostenibile

Il primo anno è stato difficilissimo provare a rendere comprensibile il progetto di una moda sostenibile, tant’è che all’inizio dell’appuntamento era biennale perchè i passi in questa direzione erano lentissimi. Adesso la sensibilità è sempre più forte. I brand da quelli di lusso al low cost, sono molto attivi perchè guardano ai Millennial, i consumatori di domani.

Ma non è solo la moda con cartellini a molti zero che deve abbracciare la sfida della sostenibilità. Non ci sarà una vera rivoluzione sostenibile se il low cost non sarà della partita.

Pochi possono permettersi abiti griffati, tutti dobbiamo poter cambiare abito secondo la moda senza dover per forza vestire alti capi di alta moda. Non lo può fare una madre sola, con un lavoro normale e più figli a carico a Londra o in altre metropoli e città internazionali. E non possiamo pensare che i teen ager,i più entusiasti ad abbracciare le nuove mode, spendano migliaia di euro per un capo.

L’alternativa? Meno nuove proposte ed aprire le porte al low cost, sostenibile. E’ ciò che sta facendo anche H&M che lavora per arrivare al 2020 con il 100% dei capi in cotone organico.

Ma non c’è solo la sostenibilità dei materiali, degli abiti. C’è la sostenibilità dei sistemi di lavoro. E’ quella la sfida più difficile da raccogliere. E mentre ci preoccupiamo dei bambini e delle donne impiegate con poche tutele in fabbriche a basso prezzo, in alcune regioni del mondo, non dobbiamo dimenticare che c’è già un nuovo problema di sostenibilità sociale che ci pone interrogativi. L’intelligenza artificiale finirà per rimpiazzare molta parte del lavoro nelle fabbriche. Anche su questo la moda di domani deve interrogarsi.

 

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