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Angeli del carcere: il 60% delle persone alla direzione di un penitenziario è una donna

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Dalle donne che dirigono vari Istituti all’educatrici e psicoterapeute. Cosa significa lavorare in un carcere per una donna?

Attualmente i detenuti sono quasi 56 mila, di cui il 4% è donna. Ci sono professioniste che hanno a che fare con il più difficile dei settori della pubblica amministrazione e sono donne. Preparate e tenaci, gestiscono realtà difficili e lavorano a progetti di rieducazione.

Queste donne aiutano coloro che hanno sbagliato ad avere un’altra chance.

Rosella è Direttrice della Casa Circondariale Maschile Rebibbia

Una donna forte, da venti anni lavora nel carcere, Rosella cerca di garantire ai detenuti i percorsi adeguati per il loro reinserimento. Ritiene che lavorare in carcere significa avere tra le mani la vita di tanti individui. Si lavora sulle persone e non sulle carte. Lo scopo della pena è infatti rieducare per reinserire. Quando il carcere riesce a reinserire qualcuno è una grande soddisfazione.

Ad esempio, un ex detenuto ha fatto una mostra di pittura e poi è stato scelto per lavorare in una fiction, dopo aver seguito un corso di teatro organizzato da Rosella.

Angela: da avvocato a commissario capo della polizia penitenziaria in carcere

Avere a che fare con la frustrazione di persone private della loro libertà perché stanno scontando una pena non è facile. Angela, 40 anni, è vicecomandante dell’istituto penitenziario maschile di Rebibbia e commissario capo del corpo di polizia penitenziaria. Si occupa del personale, della sicurezza e dell’incolumità dei detenuti, gestisce le attività di sostegno e rieducazione dei detenuti, come il lavoro, lo sport e la formazione.

Anna è responsabile dell’area educativa in carcere

Affiancare i detenuti nel loro cammino verso la rieducazione non è facile. Anna è un’educatrice ed aiuta a rielaborare quanto commesso dai detenuti. Si tratta di un percorso concreto fatto di studio, attività sportive e culturali.

Anna si occupa anche di curare le relazioni alla magistratura di sorveglianza. Un ruolo molto delicato perché, tramite queste relazioni, il detenuto può accedere ai benefici di legge, alle misure alterative e ad ogni modifica dell’esecuzione della pena.

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